Intervista a Epifania Lo Presti, giornalista e comunicatrice sociale

Epifania Lo Presti racconta l’esperienza di Elephant Talk, progetto europeo che mette al centro i dati come strumento politico per leggere e contrastare l’odio di genere online. Attraverso pratiche transfemministe e intersezionali, survey accessibili e formazione internazionale, il progetto costruisce spazi digitali più inclusivi e consapevoli, partendo dall’ascolto delle soggettività marginalizzate.

Foto di Epifania Lo Presti

Come possiamo usare i dati per sfidare le disuguaglianze e costruire strumenti di cambiamento reale? Epifania Lo Presti, giornalista e comunicatrice sociale, ci accompagna dentro Elephant Talk, progetto europeo che unisce formazione, advocacy e cultura digitale per rendere visibile e contrastare la violenza di genere online.

"Gathering data to dismantle gender-based hate speech" le vostre giornate nell’ambito di Elephant Talk per imparare a raccogliere i dati in chiave transfemminista e intersezionale e come contrastare online i discorsi d'odio legati al genere.
Quali sono stati i principali insight emersi? Ci faresti un resoconto delle giornate? 

Le giornate di formazione organizzate nell’ambito del progetto europeo “Elephant Talk” sono state un’occasione preziosa di scambio e costruzione collettiva in cui abbiamo affrontato la questione della raccolta e della visualizzazione dei dati come pratica politica e trasformativa. Il progetto è stato ideato da Maghweb, associazione della quale faccio parte, e sviluppato in collaborazione con altre realtà sociali provenienti da Croazia, Romania, Portogallo, Grecia, Slovenia e Spagna.
A Palermo e ad Atene le formazioni, propedeutiche al lancio di una survey europea sul fenomeno sistemico dell’odio di genere online, sono state guidate da esperte ed esperti, attivisti ed attiviste nel campo dei dati. Sono state indirizzate ad animatori e animatrici socio educative e a staff di organizzazioni europee che lavorano con i giovani, con l’obiettivo di trasmettere le capacità acquisite per portare avanti azioni internazionali e collaborative di raccolta e visualizzazione dati. Abbiamo approfondito il tema degli open data e ci siamo confrontate con un approccio alla raccolta e analisi basato su una prospettiva transfemminista e intersezionale, un metodo che prova a includere più voci marginalizzate e diverse, tenendo conto delle oppressioni, delle disuguaglianze, ma anche dei bias cognitivi.

Ci siamo concentrate anche sul fenomeno dei discorsi d’odio misogini online, una forma di violenza che colpisce le persone a causa della loro identità di genere, sminuendo, intimidendo o silenziando le loro voci, specialmente quando partecipano a spazi pubblici digitali o discutono temi legati al transfemminismo, ai diritti umani o alla politica.
Il percorso ha avuto una forte prospettiva socio-politica e ci ha permesso di analizzare alcuni casi studio emblematici: le rilevazioni di Sonda Pride, la prima mappatura del livello di accessibilità e dell'inclusione della disabilità all'interno dei Pride italiani realizzata dal graphic designer e data activist Simone Riflesso, le esperienze e i metodi di “data production”  presentati dalla data journalist e attivista Alice Corona e dall'esperto di open data Andrea Borruso. 

A partire da questi esempi concreti, abbiamo costruito insieme uno degli strumenti più importanti del percorso: una survey accessibile e multilingue, pensata per raccogliere dati su chi subisce ma anche su chi perpetra discorsi d’odio legati al genere online. L’obiettivo era duplice: da un lato, creare uno strumento in grado di cogliere la complessità delle esperienze legate alla violenza di genere in rete, dall’altro garantire che il questionario fosse facilmente utilizzabile da persone con background culturali, linguistici, economici e formativi differenti.
La lente transfemminista è stata centrale nella progettazione: ci ha permesso di andare oltre le categorie binarie e normative, includendo una varietà di vissuti legati a misoginia, transfobia, razzismo e abilismo, spesso intrecciati tra loro. Il risultato è un questionario che oltre a raccogliere nuovi dati, prova ad aprire spazi di ascolto, riconoscimento e validazione delle soggettività marginalizzate.
Nei prossimi mesi ci dedicheremo all’analisi dei dati raccolti, da presentare al Parlamento Europeo insieme a delle raccomandazioni per nuove politiche digitali in materia di contrasto alla violenza di genere online. La nostra ambizione è quella di contribuire a un cambiamento strutturale, affinché le piattaforme digitali e le istituzioni pubbliche riconoscano la gravità e la pervasività del problema e adottino soluzioni concrete, costruite a partire dalle esperienze reali di chi ogni giorno abita gli spazi digitali.

Il concetto di Data Feminism sottolinea come i dati non siano neutrali. Quali sono alcuni esempi concreti di come i dati vengono usati (o manipolati) in modi che penalizzano le donne?

Nonostante da sempre i dati siano stati presentati come strumenti potenti proprio per la loro oggettività e neutralità, il data feminism - ovvero l'applicazione dei principi e della ricerca femminista alla pratica della data science - ci insegna che proprio i dati hanno dei limiti e se raccolti in modo parziale o con criteri non inclusivi, rischiano di rafforzare le disuguaglianze. Questo accade, ad esempio, quando non sono disaggregati per genere, classe, razza, età, disabilità, situazione socioeconomica ecc…, escludendo sistematicamente intere fasce della popolazione: ne sono un esempio i protocolli medici basati sul “corpo maschile standard”, i sistemi di trasporto pubblico che non considerano le esigenze di chi si occupa del lavoro di cura, ma anche i dati dei censimenti, a una prima apparenza neutri, che possono escludere intere comunità, dalle persone transgender e non binarie alle persone migranti, rendendole statisticamente invisibili.
Un caso emblematico è anche la raccolta dati dei femminicidi in Italia. Le fonti ufficiali, come quelle del Ministero dell’Interno, spesso si concentrano solo sugli aspetti giudiziari o classificano gli omicidi delle donne secondo criteri ristretti, senza cogliere la dimensione strutturale della violenza patriarcale. In questo contesto, va sicuramente citato il lavoro dell’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi in Italia di Non Una Di Meno, la raccolta dati autonoma e parallela, che documenta i femminicidi includendo anche casi che le istituzioni non riconoscono come tali, mettendo al centro le storie, i contesti sociali e i meccanismi culturali che alimentano la violenza.

Come possiamo garantire che la raccolta e l’uso dei dati nel digitale contribuiscano davvero all’equità e non rafforzino stereotipi e discriminazioni?

Ogni atto di conteggio e classificazione è influenzato da obiettivi politici, pregiudizi e aspettative sociali, rendendo la neutralità del dato un'illusione. Eppure utilizziamo i dati per conoscere un fenomeno, analizzarlo, e per prendere delle decisioni strategiche di intervento: per questa ragione è importante coinvolgere nella raccolta e nell’analisi le comunità marginalizzate, ma anche chiedersi chi raccoglie i dati, per quali scopi, e chi ne trae beneficio. Valorizzare lavori di raccolta dal basso, raccoglierli adottando una prospettiva intersezionale diventa uno strumento per sfidare le dinamiche di potere esistenti, creare narrazioni alternative e portare avanti azioni di advocacy e sensibilizzazione.

In un vostro articolo parlate di identità rubate in pubblica piazza. Quali sono oggi i principali rischi per le donne nell’ambito della sicurezza digitale e dell’identità online?

Per molte donne esistere online significa esporsi a una serie di rischi concreti e strutturali. Uno di questi è la profilazione non consapevole, che trasforma i nostri corpi e le nostre identità in oggetti da sfruttare anche a fini commerciali. Dinamiche alla base di pratiche di pinkwashing, in cui marchi e istituzioni strumentalizzano il linguaggio dell’inclusione per marketing, senza un reale impegno verso la tutela dei diritti o la sicurezza digitale.
C'è anche una paura più sottile, ma altrettanto pervasiva: quella di prendere parola in modo pubblico, soprattutto da una prospettiva transfemminista o antirazzista. Chi lo fa, chi porta avanti lotte per la riappropriazione dello spazio pubblico o per i diritti civili, rischia di diventare bersaglio di discorsi d’odio, body shaming e campagne di discredito personale. Si tratta di una strategia deliberata, che punta a silenziare, isolare e delegittimare chi si espone, rivendicando il diritto a occupare lo spazio digitale, e non solo, in modo libero e visibile.
La violenza digitale non è mai solo “virtuale”: ha effetti concreti sulla partecipazione, sul benessere psicologico, sulla libertà di espressione e autodeterminazione, e sul diritto a esistere nello spazio pubblico senza paura.

Molti attacchi online, come il doxxing e il revenge porn, colpiscono in modo sproporzionato le donne. Quali strategie possiamo adottare per proteggere la nostra identità digitale?

Nei propri percorsi educativi sulla sessualità e affettività con gruppi di giovani, soprattutto nelle scuole, Maghweb affronta spesso il tema della gestione dell'identità digitale, con un focus specifico sulla condivisione di contenuti personali o di foto intime.
Attraverso il nostro lavoro promuoviamo l’uso di strumenti base di autodifesa digitale, ma anche riflessioni collettive sul consenso e la necessità di creare relazioni basate sulla fiducia e sul rispetto: proprio nell'ambito di un progetto europeo sulla partecipazione politica giovanile che ha permesso lo scambio e l’incontro tra giovani provenienti dall’Europa e dall’America Latina un intero percorso di formazione è stato dedicato alla sicurezza digitale come pratica di cybercura. Pensiamo che proteggere la propria e l’altrui identità online sia un atto di cura collettiva, di autodeterminazione e di resistenza alla cultura della colpevolizzazione, una modalità per contrastare la vittimizzazione secondaria e rafforzare pratiche di solidarietà, supporto e intervento attivo tra pari.

Quale ruolo dovrebbero avere le piattaforme digitali nel contrastare queste forme di violenza online? E come possiamo spingerle ad assumersi maggiori responsabilità?

Le piattaforme online che abitiamo, pur essendo luoghi di libertà espressiva, riflettono e spesso amplificano le stesse dinamiche di potere, discriminazione e violenza che attraversano la nostra società. Le conversazioni pubbliche e la mobilitazione online troppo spesso trasformano i nostri spazi digitali in ambienti ostili, in particolare per le donne, le persone LGBTQIA+, le persone con disabilità, e tutte le identità marginalizzate. La violenza online, in questo senso, è solo un’estensione del sessismo, dell’abilismo e del razzismo sistemico e strutturale.
Le piattaforme dovrebbero assumersi responsabilità chiare nel monitorare, prevenire e contrastare questi fenomeni, ma questo richiede un cambiamento profondo dei loro modelli di governance e di business. Servono politiche di moderazione più trasparenti, strumenti efficaci di tutela per chi subisce abusi, e soprattutto un maggiore coinvolgimento della società civile nella definizione delle regole. Portare avanti azioni di pressione civica verso questi attori globali può essere una strategia di azione, già praticata da organizzazioni per i diritti digitali.
Nel frattempo, nel nostro piccolo, possiamo agire anche dal basso: costruendo comunità digitali consapevoli anche grazie a percorsi di media literacy nelle scuole, promuovendo pratiche di cura collettiva, esercitando pressione, anche attraverso azioni di boicottaggio, com’è avvenuto negli ultimi mesi con la piattaforma X, abbandonata da molte attiviste e collettivi per la forte presenza di contenuti d’odio e disinformativi.

Come possono i dati e le tecnologie digitali migliorare l’accesso alle informazioni sanitarie, specialmente in contesti in cui esistono ancora tabù e stigma?

La divulgazione scientifica in relazione ai diritti sessuali e riproduttivi è uno dei macrotemi di cui Maghweb si occupa: attraverso il progetto permanente "Non è un veleno", attivo dal 2020, abbiamo ampliato l’accesso a informazioni spesso circondate da stigma, come l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), promosso percorsi educativi su sessualità e affettività, e realizzato mappature di ospedali e farmacie per individuare criticità e ostacoli nell’accesso ai servizi. Nella nostra esperienza, la diffusione di informazioni verificate e scientifiche, insieme alla raccolta dati dal basso, si sono rivelate uno strumento fondamentale per costruire contro-narrazioni e ribaltare narrazioni colpevolizzanti.
La maggior parte delle raccolte dati si concentra sulle persone che scelgono di interrompere una gravidanza - spesso stigmatizzate e sottoposte a giudizio - mentre non sono pubbliche o facilmente accessibili informazioni sulle strutture con alti tassi di obiezione di coscienza e sul numero effettivo di personale sanitario obiettore. In Sicilia e in particolare a Palermo stiamo cercando di colmare questa lacuna che rende più difficile l’accesso ai servizi, condividendo il nostro database con realtà attive in altre parti d’Italia o con le persone che chiedono informazioni, provando ad aggirare i canali istituzionali spesso carenti di informazioni o poco aggiornati.

I risultati dell'indagine è possibile scoprirli qui