Intervista a Valeria Leuti, Founder e Presidente di Tech4Fem, Digital Innovation Advisor ed esperta di divulgazione sulla salute delle donne
Oggi, grazie all’innovazione digitale e a un nuovo ecosistema di startup, ricerca e industria, il FemTech (Female Technologies) — settore che include tecnologie e innovazioni applicate alla salute e al benessere delle donne e delle persone assegnate femmine alla nascita — sta trasformando un divario strutturale in un’opportunità strategica per la salute femminile e il sistema sanitario ed economico.
Con Tech4Fem, Valeria Leuti costruisce connessioni tra imprese, istituzioni e mondo Pharma per colmare il Women’s Health Gap attraverso dati, tecnologia e advocacy. Dal lavoro dell’Osservatorio FemTech al dialogo con le corporate sul Workplace Femtech, la sua visione integra innovazione, misurazione e impatto sociale con l’obiettivo di rendere la salute delle donne un indicatore centrale di sviluppo e competitività.
Come nasce Tech4Fem e qual è la sua missione?
Tech4Fem nasce da un’urgenza che prima è stata personale e poi è diventata sistemica: la consapevolezza che la salute delle donne non fosse una priorità strutturale né per la ricerca né per il mercato. Troppo spesso relegata a nicchia, poco rappresentata nei dati clinici e sottovalutata negli investimenti. Quello che inizialmente era un bisogno di consapevolezza si è trasformato in un progetto collettivo. Con Tech4Fem abbiamo deciso di costruire un’infrastruttura di connessione tra startup, ricerca, industria e istituzioni con un obiettivo preciso: colmare il Women’s Health Gap attraverso dati, tecnologia e innovazione responsabile. La nostra missione è trasformare un divario in un’opportunità strategica perché la salute femminile non è un tema settoriale, è un indicatore della qualità complessiva di un sistema sanitario ed economico.
Come si applica l’innovazione digitale, in ottica di genere, all’interno delle realtà che fanno parte del vostro network? Di cosa si occupano le vostre startup?
L’innovazione digitale, in ottica di genere, significa progettare partendo dalle differenze biologiche e sociali, e non considerarle una variabile secondaria.
Nel nostro ecosistema, che oggi conta 92 realtà attive in Italia, vediamo soluzioni che spaziano dalla salute mestruale all’oncologia, dalla gravidanza e maternità alla salute pelvica e ginecologica, fino alla violenza di genere, alla genitorialità e al benessere economico. Questo ci racconta una visione integrata: salute, diritti e impatto sociale non sono separabili, molte soluzioni sono software, piattaforme di education, strumenti di digital health e coaching, ma non mancano dispositivi e integratori.
Un dato interessante è la maturità crescente: il 47% è in fase di validation e il 31% è già in scale. Significa che non stiamo osservando solo sperimentazione, ma imprese che stanno consolidando modelli sostenibili. Allo stesso tempo, alcune aree come endometriosi, PCOS, contraccezione, malattie croniche e cardiovascolari restano ancora poco presidiate, evidenziando spazi di innovazione strategica.
Nel settore della medicina di genere c’è una forte necessità di misurazione e raccolta di dati. A questo proposito, che ruolo ha l’Osservatorio FemTech nell’ecosistema e quali criteri di indagine adotta?
L’Osservatorio FemTech nasce da una consapevolezza importante: ciò che non si misura non esiste nelle agende strategiche. Abbiamo realizzato un censimento nazionale per mappare forma giuridica, distribuzione geografica, modelli di business, fase di sviluppo, accesso ai capitali, mercati di riferimento, competenze interne e percezione delle barriere culturali e istituzionali.
Alcuni dati sono particolarmente significativi:
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Il 79% delle realtà ha almeno una donna tra i founder, contro una media nazionale intorno al 19%.
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Il 29% è guidato da founder singole, nel 76% dei casi donne.
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Il 64% si autofinanzia.
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Il 38% non ha mai fatto fundraising.
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Solo il 13% ha raccolto oltre 1 milione di euro.
L’Osservatorio non è solo uno strumento descrittivo: è una base scientifica per orientare politiche pubbliche, strategie corporate e scelte di investimento. È il punto in cui i dati diventano leva di trasformazione.
Nel 2025 avete pubblicato un report che traccia aziende e startup nazionali impegnate sul fronte della salute femminile, quali sono i dati più rilevanti emersi?
Il report 2025 racconta un ecosistema giovane, dinamico ma ancora fragile. Le 92 realtà censite sono in forte crescita, quasi la metà è nata dal 2023 in poi. La distribuzione geografica ricalca quella nazionale delle startup, con una forte concentrazione nel Nord e il 37% in Lombardia, mentre il Centro-Sud presenta un potenziale ancora inespresso.
Dal punto di vista economico, il settore resta delicato e qui qualche insight:
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Il 50% fattura meno di 50.000 euro.
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Il giro d’affari complessivo stimato è tra 41 e 100 milioni di euro.
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Il 57% segnala difficoltà medio-alte nei rapporti con banche, investitori e stakeholder.
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Il 50% percepisce un supporto istituzionale minimo.
Eppure, dentro questa fragilità, c’è un elemento straordinario: un tasso di leadership femminile altissimo e un forte desiderio di connessione con università, ospedali e centri di ricerca. È un ecosistema che esiste, ma ha bisogno di alleanze strutturate per esprimere tutto il suo potenziale.
A che punto è l’Italia anche rispetto al contesto internazionale?
A livello globale il FemTech non è più emergente: è strategico. Secondo Precedence Research, il mercato vale oltre 61 miliardi di dollari nel 2025 e potrebbe raggiungere circa 121 miliardi entro il 2033.
L’Italia è in una fase di consolidamento. Ha un numero di realtà ancora contenuto, ma una crescita recente molto significativa e un’altissima presenza femminile nella leadership.
Il nostro limite principale non è la qualità delle idee, ma l’accesso ai capitali e la scala. I fondi di Venture Capital e Private Equity sono ancora marginali nel settore e prevale l’autofinanziamento.
Proprio per questo lavoriamo anche a livello internazionale, creando ponti tra ecosistemi per favorire scambio di competenze e investimenti. La sfida italiana oggi è accelerare e strutturare.
Oltre alle difficoltà del mercato in cui operano, l’indagine ha anche evidenziato come le aziende incontrino ostacoli nella comunicazione online di prodotti e servizi.
Quali sono le prospettive per il futuro?
Il 92% delle realtà segnala difficoltà nella comunicazione digitale a causa di bias culturali e di policy restrittive sui contenuti legati a salute mestruale, sessualità o riproduzione. Questo è un dato molto forte: significa che quasi tutte le imprese del settore incontrano barriere nel raggiungere il proprio pubblico.
La prospettiva futura richiede un’azione su più livelli:
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Dialogo con le piattaforme digitali per policy più eque.
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Advocacy istituzionale.
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Maggiore alfabetizzazione scientifica.
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Partnership con aziende strutturate che possano amplificare credibilità e visibilità.
La comunicazione è parte integrante dell’accesso alla salute e se il racconto è censurato, anche l’innovazione lo è. L’accesso alle giuste informazioni è parte del percorso di cura e non può essere ostacolato, mai.
Come dialoga Tech4Fem con le aziende di settore? Quale valore può portare nel mondo Pharma?
Tech4Fem dialoga con le aziende come partner strategico, non solo come osservatore. Offriamo accesso a un ecosistema attivo e strutturato, insight sui gap reali di ricerca e sviluppo e una prospettiva concreta sulla medicina di genere. Nel mondo Pharma possiamo portare:
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Dati strutturati su bisogni emergenti e aree sottorappresentate.
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Connessioni con startup innovative.
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Supporto nell’integrazione della prospettiva di genere nei processi di R&D e comunicazione.
Ma c’è un ambito in cui il ruolo delle aziende può essere ancora più trasformativo: il Workplace Femtech. Il 42% delle realtà opera in B2C, ma il modello B2B2C è in crescita (33%). Questo segnala un interesse crescente delle corporate verso la salute femminile come leva di welfare e produttività. Le aziende possono diventare acceleratrici di cambiamento adottando soluzioni FemTech nelle proprie politiche di welfare: supporto alla salute mestruale, alla fertilità, alla menopausa, alla salute pelvica e mentale. Non è solo una scelta valoriale, ma una strategia di retention, engagement e sostenibilità.
Il futuro della salute femminile non si costruisce solo nei laboratori o nelle startup ma si costruisce anche dentro le aziende, quando decidono che il benessere delle persone è parte integrante della loro strategia di innovazione e competitività.