Intervista a Silvia Semenzin, sociologa e attivista femminista esperta in misoginia digitale e violenza di genere facilitata dalla tecnologia
Per molto tempo abbiamo immaginato Internet come uno spazio di libertà: un luogo aperto, capace di abbattere confini, creare connessioni e offrire nuove opportunità di espressione. Ma cosa accade quando le logiche che regolano il mondo digitale finiscono per riprodurre - e amplificare - stereotipi, discriminazioni e squilibri di potere già presenti nella società?
Il dialogo con Silvia Semenzin apre una riflessione che intreccia storia, attualità e politica per riportare al centro il ruolo delle persone, delle istituzioni e della cultura nella costruzione di un futuro digitale più consapevole e inclusivo.
Internet non è un posto per femmine, il titolo del tuo ultimo libro, suona più come uno statement che l'apertura di una riflessione. Qual è il messaggio che volevi trasmettere con questa scelta?
È una provocazione voluta, uno statement che nella tecnologia è molto presente anche se per lo più rimane implicito e invisibile. Nel corso del mio libro delineo come la misoginia, cioè l’odio e il disprezzo verso le donne, sia fortemente presente nelle strutture algoritmiche che sottendono tutte le tecnologie che utilizziamo, a partire dai social media fino ad arrivare all’intelligenza artificiale, diventando luoghi sempre più ostili alla nostra presenza. Se però si arriva fino alla fine del libro, si scopre che in realtà quella provocazione assume proprio il significato contrario: Internet dev’essere un luogo anche per donne e comunità marginalizzate e gli strumenti per mettere in campo questa rivoluzione ci sono già.
Ci hanno sempre raccontato la storia di Internet e della tecnologia attraverso figure di grandi pionieri maschili. Eppure in questa narrazione mancano tanti nomi femminili giusto?
Esatto. Nelle primissime pagine del libro ho voluto ricostruire come siano state le donne le pioniere della tecnologia, dagli algoritmi al wi-fi, passando per i primi supercomputer e i primi codici scritti a mano: Ada Lovelace, Grace Hopper, Hedy Lamarr, le ENIAC Girls. Sono nomi di cui nessuno si ricorda, perché la storia - scritta dagli uomini - le ha cancellate. Eppure il loro contributo alla tecnologia è stato fondamentale. Si tratta di esempi lampanti che ci aiutano a comprendere come nulla sia neutro, né la storia né tanto meno la tecnologia. Ho reputato necessario partire dalla storia delle culture digitali per poter arrivare a spiegare come siamo arrivati fino ad oggi, in un contesto segnato dall’esplosione della manosfera, della violenza digitale e dei CEO della tecnologia che impongono “più energia maschile” nei social media.
Nei suoi primi anni Internet veniva raccontato come uno spazio di libertà, anonimato ed emancipazione, soprattutto per chi viveva condizioni di isolamento o marginalità. Quando e perché questa promessa ha iniziato a incrinarsi?
Il mito dell’orizzontalità ha iniziato a incrinarsi con la commercializzazione del World Wide Web e, soprattutto, con la nascita dell’economia digitale basata sulla raccolta e sulla compravendita dei dati personali. L’arrivo delle grandi piattaforme ha definitivamente messo fine a quel sogno di democratizzazione e partecipazione diffusa che aveva accompagnato gli albori di Internet. Da spazio costruito attorno alla condivisione e alla collaborazione, la rete si è progressivamente trasformata in un ecosistema governato da pochi attori privati, i cui modelli di business si fondano sulla cattura dell’attenzione e sull’estrazione di dati. In parte era un’evoluzione prevedibile. Tendiamo spesso ad attribuire alle tecnologie un potenziale emancipatorio intrinseco ma le tecnologie, da sole, non portano in grembo proposte politiche dirompenti. Al contrario, molto spesso finiscono per rafforzare gli equilibri di potere già esistenti. Lo stiamo vedendo oggi anche con l’intelligenza artificiale: invece di distribuire potere e risorse, rischia di accentrare ulteriormente capitale, infrastrutture e capacità decisionale nelle mani di un numero sempre più ristretto di grandi aziende.
La violenza digitale viene spesso percepita come un fenomeno recente. In realtà ha radici molto più lontane: quali sono i primi episodi documentati e cosa ci raccontano del rapporto tra tecnologia e discriminazione?
Il fatto che si sia iniziato a parlare di violenza di genere online solo relativamente di recente non significa che prima non esistesse. Da quando Internet è diventato uno spazio sociale, la violenza di genere ha trovato anche una sua dimensione digitale. È cambiata la forma, ma non la sostanza. Già negli anni Novanta, come racconta la ricercatrice Emma A. Jane, le giornaliste e le attiviste femministe che iniziavano a utilizzare le email ricevevano minacce di stupro e di morte, insulti e campagne di intimidazione. Allo stesso periodo risalgono anche i primi siti che pubblicavano fotografie di donne senza il loro consenso, accompagnate da commenti degradanti e sessualizzanti. Questi episodi ci ricordano che la violenza online non è nata con i social media: le piattaforme hanno semmai reso un fenomeno già esistente molto più visibile, più rapido e infinitamente più scalabile. Oggi gli stessi meccanismi di odio e discriminazione vengono amplificati da sistemi algoritmici progettati per massimizzare la visibilità e l'interazione, raggiungendo un numero di persone impensabile solo pochi decenni fa. La tecnologia, quindi, non ha inventato la violenza di genere, ma ha contribuito a renderla più pervasiva e difficile da arginare.
In che modo gli algoritmi delle piattaforme social e la loro premiazione di contenuti polarizzanti contribuiscono alla radicalizzazione del pensiero?
Quanto dipende dagli algoritmi e quanto, invece, dal modello economico dell'economia dell'attenzione?
Le due cose sono profondamente relazionate e, nella pratica, non possono essere separate. Gli algoritmi sono progettati per perseguire gli obiettivi economici delle piattaforme e il principale obiettivo delle piattaforme è massimizzare il tempo che trascorriamo online, perché è da lì che deriva gran parte del loro profitto. In questo senso, la polarizzazione è una conseguenza prevedibile di un modello economico fondato sull’economia dell’attenzione che non tiene in considerazione alcun tipo di sconto etico. Sappiamo infatti che i contenuti che suscitano rabbia, indignazione o paura tendono a generare più interazioni e, di conseguenza, vengono premiati dai sistemi di raccomandazione, a discapito dei contenuti ragionati o pacati. Ciò naturalmente produce disequilibrio. Questo non significa che gli algoritmi "scelgano" deliberatamente di radicalizzare le persone, ma che i principi che li guidano siano orientati verso il profitto ad ogni costo. È così che opinioni sempre più estreme possono acquisire una visibilità sproporzionata e trovare comunità che le rafforzano e le normalizzano. Se cambiasse il modello economico della piattaforma, cambierebbero inevitabilmente anche gli algoritmi. Per questo il problema non è solo tecnologico, ma soprattutto economico e politico.
Negli ultimi anni sono emersi trend come quello delle Stay at home girlfriend, che trasformano determinati modelli di vita in ideali aspirazionali. Che ruolo giocano queste narrazioni nella costruzione degli stereotipi di genere?
Fenomeni come le tradwife o le donne mantenute vanno contestualizzati all'interno di un più ampio panorama geopolitico segnato da un feroce ritorno ai ruoli di genere tradizionali. In questo scenario, i social media non si limitano a riflettere queste tendenze, ma contribuiscono a costruirle e a renderle sempre più visibili. Contenuti di questo tipo funzionano molto bene perché propongono un'estetica rassicurante, romantica e apparentemente priva di conflitti, presentando come una libera scelta ciò che in realtà ripropone modelli antichi: la donna come angelo del focolare, dedita alla cura, alla casa e alla bellezza, economicamente dipendente dal partner e biologicamente predestinata a occuparsi dei figli. Si tratta di narrazioni pericolose, che mettono a repentaglio anni di battaglie femministe. E infatti non è un caso che abbiano acquisito così tanta visibilità proprio negli ultimi anni, in un contesto segnato da una forte reazione ai progressi dei diritti delle donne. Nel mio libro, spiego anche perché i social media sono legati così a doppio filo con gli stereotipi di genere a partire dall’analisi del modello economico su cui si sostengono. Così, credenze che sembravano ormai superate ritornano sotto una veste nuova, più glamour, più estetizzata e quindi anche più difficile da riconoscere. È per questo che dovremmo smettere di considerare questi trend come semplici mode nate su Internet, o peggio ancora come mode innocue, perché sono invece il riflesso di tensioni culturali e politiche molto più profonde.
Gli stessi stereotipi finiscono nei dati che addestrano i modelli di intelligenza artificiale. Nonostante strumenti normativi come il Digital Services Act e l'AI Act, la sensazione è che la tecnologia continui a riprodurre molti dei bias esistenti. Abbiamo ancora margini per correggere questa traiettoria o siamo già in ritardo?
Sicuramente è tardi, ma penso anche che non sia mai troppo tardi. Quel che è certo è che non possiamo permetterci di pensare che la tecnologia si corregga o si regoli da sola, soprattutto in un contesto segnato dal potere dei monopoli tecnologici e dagli accordi sempre più stretti tra Big Tech e governi di estrema destra. Se non interveniamo in fretta, non solo bias e violazioni non verranno eliminati, ma rischiano di essere sempre più automatizzati e amplificati. Normative come il Digital Services Act e l'AI Act sono passi importanti, ma da sole non bastano. La tecnologia corre molto più velocemente della politica e della capacità delle istituzioni di regolamentarla. È proprio per questo che oggi il femminismo ha davanti una sfida fondamentale: entrare nel dibattito sulla tecnologia, rivendicare un ruolo nella sua progettazione e lottare perché gli algoritmi incorporino una visione del mondo femminista e intersezionale, anziché continuare a riprodurre le disuguaglianze del passato.
Il tuo contributo è stato fondamentale per la nascita della campagna Intimità Violata, petizione nata online che ha fatto da apripista per l’arrivo della legge sul revenge porn. Cosa ti ha lasciato questa esperienza e quanto ancora c’è da fare per contrastare la violenza di genere e la discriminazione?
Intimità Violata è stata la mia prima vera esperienza politica, arrivata quando ero ancora molto giovane e inesperta. È stata un'esperienza intensa che mi ha segnata profondamente, sia nel bene che nel male. Ho raccontato spesso quanto sia stato difficile portare avanti quella campagna in un periodo in cui la violenza digitale era ancora largamente sottovalutata. Allo stesso tempo, però, mi ha insegnato moltissimo, fornendomi gli strumenti per credere ancora di più nelle mie idee e nella possibilità che l'impegno collettivo possa produrre cambiamenti concreti. Con quella campagna siamo riuscite a ottenere un risultato importante, contribuendo all'introduzione dell'articolo 612-ter sulla diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti. Ma il lavoro da fare è ancora enorme. Esistono molte altre forme di violenza digitale che attendono di essere riconosciute e contrastate, e non basta approvare nuove leggi: serve soprattutto applicare con maggiore coraggio quelle che già esistono, anche nei confronti delle grandi piattaforme tecnologiche. Dopo Intimità Violata ho capito che non era sufficiente agire soltanto a livello nazionale, e per questo negli ultimi anni ho scelto di concentrare il mio lavoro soprattutto sulle regolazioni europee e internazionali, perché è lì che oggi si decidono molte delle regole che governano la tecnologia. Una cosa, però, è rimasta identica a quando ho iniziato: la convinzione che questa battaglia sia necessaria. E sicuramente non ho alcuna intenzione di smettere di combattere finché non avremo raggiunto una vera giustizia digitale.