Intervista a Chiara Garri, Gender Based Violence Specialist in Ufficio UNICEF per l'Europa e l'Asia centrale in Italia
In un mondo sempre più digitale, la violenza di genere online rappresenta una minaccia concreta per adolescenti e giovani. Con “PlaySafe”, UNICEF offre uno strumento innovativo che unisce gioco, consapevolezza e prevenzione, fornendo a ragazzi e ragazze le competenze per riconoscere i rischi e agli adulti strumenti pratici per supportarli.
Chiara Garri, Gender Based Violence Specialist in Ufficio UNICEF per l'Europa e l'Asia centrale in Italia, ci guida alla scoperta di “PlaySafe”, un’app che trasforma il gioco in uno strumento educativo, aiutando giovani e adulti a riconoscere, prevenire e affrontare la violenza di genere online. Un progetto che mette al centro la protezione, l’ascolto e la consapevolezza.
Come e da quale bisogno nasce l’app “PlaySafe”?
L’app “PlaySafe” nasce per rispondere a un bisogno sempre più evidente: aumentare la consapevolezza tra adolescenti sui rischi della violenza di genere online e promuovere comportamenti rispettosi e sicuri nelle relazioni digitali. Negli ultimi anni, anche in Italia, abbiamo osservato un preoccupante aumento di episodi di violenza di genere digitale, tra cui cyberstalking, molestie sessuali online, ricatti e diffusione non consensuale di immagini intime. Di fronte a questo scenario serviva uno strumento nuovo, vicino al linguaggio di ragazze e ragazzi, che unisse gioco e apprendimento, fornendo anche informazioni sui servizi a disposizione. “PlaySafe” utilizza infatti la logica del gaming per aiutare adolescenti e giovani a riconoscere situazioni di rischio, riflettere sul consenso e scoprire dove chiedere aiuto. È stata sviluppata da UNICEF Grecia insieme al Centro Diotima e poi adattata al contesto italiano con contenuti, riferimenti e risorse locali.
La Polizia Postale ha rilevato dati preoccupanti di coinvolgimento di minorenni in violenze di genere online. In che modo l'app "PlaySafe" è stata progettata per intercettare e supportare questa fascia di pre-adolescenti e prevenire i rischi del cyberstalking e della diffusione non consensuale di contenuti?
“PlaySafe” è pensata principalmente per ragazzi e ragazze dai 14 anni in su ma può essere utilizzata anche in contesti educativi con i più giovani, se accompagnati da persone adulte di riferimento.
Attraverso tre livelli di gioco che simulano chat, situazioni quotidiane e sfide legate al mondo digitale, l’app spinge a riflettere sul proprio comportamento online e su episodi che spesso vengono normalizzati. Gli scenari sono realistici e aiutano a riconoscere dinamiche di pressione o manipolazione, ma anche a capire che chiedere aiuto è sempre possibile. È gratuita, non raccoglie dati personali e rimanda costantemente ai numeri e ai servizi di supporto esistenti in Italia, come il 1522 o la Polizia Postale.
L'app si rivolge anche a genitori e insegnanti. Quali sezioni o strumenti specifici offre "PlaySafe" agli adulti per aiutarli a riconoscere i campanelli d'allarme e a supportare i giovani che subiscono violenza di genere online?
Accanto al gioco abbiamo realizzato la Guida “PlaySafe” dedicata alle persone adulte di riferimento, insegnanti, educatori/trici e genitori. È uno strumento pensato per accompagnarlə nella comprensione dei diversi tipi di violenza di genere online, dal grooming alla sextortion, dal body shaming alla diffusione non consensuale di immagini, e per aiutarlə a riconoscere segnali di disagio o isolamento nei ragazzi. La guida fornisce consigli pratici su come intervenire in modo non giudicante e propone attività da svolgere in classe o in famiglia. È fondamentale che gli adulti si sentano parte attiva della prevenzione, offrendo ascolto e fiducia anziché giudizio o stigma: solo così gli e le adolescenti possono trovare il coraggio di parlare.
L’app è stata lanciata anche in Grecia. Avete notato delle differenze rispetto al suo utilizzo facendo un benchmark con l’Italia?
L’esperienza greca è stata molto utile per comprendere il potenziale educativo di “PlaySafe”. In Grecia, l’app è disponibile dal 2023 e viene utilizzata in diversi contesti, anche con adolescenti rifugiati e migranti. In Italia, il lancio nel 2024 ha comportato un importante lavoro di adattamento linguistico e culturale, con la traduzione in italiano e francese, e l’inserimento di riferimenti ai servizi locali. Le modalità di utilizzo, tuttavia, cambiano: in Italia stiamo sperimentando il suo uso più ampiamente, nei centri di accoglienza ma anche attraverso il nostro steering group. In entrambi i Paesi, “PlaySafe” si è rivelata una piattaforma capace di stimolare il dialogo e di creare consapevolezza, anche in ambienti dove parlare di violenza online può essere difficile.
Avete già in programma modalità di monitoraggio, raccolta dati sull’uso dell’app, valutazione dell’efficacia?
Sì, UNICEF ha previsto un sistema di monitoraggio che ci permette di comprendere quante persone la scarichino e la utilizzino. Nel periodo compreso tra la fine di luglio 2024 e luglio 2025 abbiamo registrato 430 accessi individuali in Italia, di cui 420 in lingua italiana e 10 in francese. Se consideriamo che il totale degli utenti raggiunti in tutte le lingue nello stesso periodo è di circa 860, significa che quasi la metà delle persone che hanno utilizzato “PlaySafe” lo hanno fatto nella versione italiana. È un dato molto incoraggiante, che ci conferma l’interesse e la rilevanza dello strumento anche nel nostro Paese. Tutti i dati vengono raccolti in modo anonimo, nel pieno rispetto della privacy, e contribuiranno a migliorare ulteriormente l’esperienza d’uso e i materiali formativi associati.
Qual è l’approccio di UNICEF in Italia nella lotta alla violenza di genere, con particolare attenzione a minori, ragazze e donne migranti o rifugiate?
L’approccio di UNICEF qui in Italia alla violenza di genere è integrato e centrato sui diritti. Partiamo dal principio che la protezione non significa solo intervenire quando una violenza è avvenuta, ma soprattutto creare contesti sicuri e inclusivi in cui donne, ragazze e adolescenti possano sentirsi ascoltate, rispettate e sostenute. Dal 2016, con l’aumento degli arrivi via mare di minorenni migranti e rifugiati, l’UNICEF è operativa in Italia non solo per garantire accoglienza e protezione immediata, ma anche per sviluppare programmi strutturali di prevenzione, mitigazione del rischio e risposta alla violenza di genere. Un pilastro fondamentale del nostro intervento è rappresentato dagli “Spazi Sicuri per Donne e Ragazze”. Si tratta di luoghi fisici accoglienti, dedicati esclusivamente a donne e ragazze, con vissuti migratori o rifugiate, dove possono trovare protezione, ascolto, supporto psicosociale, empowerment e opportunità di rafforzare la propria rete sociale. In questi spazi si offrono attività educative, corsi di lingua, orientamento legale e lavorativo, momenti di socialità e percorsi per la consapevolezza dei propri diritti. Ma, soprattutto, si offre un luogo di fiducia, in cui sentirsi al sicuro e non giudicate. Abbiamo attivato Women and Girls’ Safe Spaces in diversi territori, ad esempio a Palermo e Cagliari, in collaborazione con organizzazioni locali. L’approccio è multisettoriale e incentrato sulla persona sopravvissuta: integra protezione, salute, educazione, empowerment economico e partecipazione. A partire da questa esperienza, l’UNICEF ha promosso e supporta anche una Comunità di Pratiche nazionale, e cioè una rete di organizzazioni che gestiscono spazi sicuri in Italia, con l’obiettivo di condividere formazione, strumenti e buone pratiche. Allo stesso tempo, è strettamente connesso al sistema nazionale di tutela, alla Garanzia Infanzia e ai programmi europei per l’inclusione dei minori e delle famiglie più vulnerabili. In sintesi, la nostra priorità è che ogni ragazza e donna possa contare su uno spazio fisico e simbolico di sicurezza, in cui ritrovare la propria voce e la forza di ripartire.
Come si integra il vostro intervento nel sistema nazionale italiano - ad esempio con istituzioni, enti locali, organizzazioni della società civile - per prevenire, mitigare e rispondere alla violenza di genere?
L’UNICEF lavora in Italia in stretta collaborazione con le istituzioni nazionali e locali, le organizzazioni della società civile e le altre agenzie delle Nazioni Unite per rafforzare il sistema di protezione delle persone minorenni e promuovere una risposta coordinata alla violenza di genere. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia nasce nel 1946 per sostenere bambine e bambini nel dopoguerra, ma dal 2016, con l’arrivo in Europa via mare di numerose persone minorenni migranti e rifugiate, è tornato operativo nel nostro Paese con programmi che garantiscono protezione, inclusione e benessere. In Italia, l’UNICEF lavora per rafforzare le capacità del sistema nazionale di accoglienza e protezione, sostenendo i ministeri, gli enti locali, i servizi sociali e sanitari, le scuole e i centri di accoglienza affinché siano in grado di riconoscere e rispondere tempestivamente ai bisogni di bambine, ragazze e donne, soprattutto se migranti o rifugiate. L’obiettivo è quello di rendere strutturale la prevenzione, la mitigazione del rischio e la risposta alla violenza di genere, integrandole nelle politiche pubbliche e nei servizi territoriali.